Quando la filosofia si infanzia strada facendo…

Quando la filosofia si infanzia strada facendo…

Quando la filosofia si infanzia strada facendo…

di Giancarlo Chirico

In quasi tre anni di Fiaba-So-fando, con tante attività e laboratori per bambini, ragazzi e genitori, in più occasioni ho trovato nella filosofia un’interessantissima chiave di lettura rispetto a tanti albi illustrati. Per loro natura, gli albi illustrati sono elaborati concettuali e artistici estremamente complessi, in cui i fili di molte narrazioni si intrecciano e spalancano prospettive interpretative molto interessanti; rispetto alle quali il lettore è chiamato a essere assoluto protagonista. L’esperienza cui ci invita l’albo illustrato, quando ben fatto, non è mai un’esperienza di sola lettura, dal momento che ci invita a riflettere oltre il senso stesso della storia, in un orizzonte concettuale che va oltre la pagina scritta e la tavola illustrata. L’albo di cui voglio parlarvi oggi ci aiuta a chiarire proprio questi aspetti.

Si racconta che un giorno Jacqueline Duhême – formatasi alla bottega-laboratorio di Henry Matisse – propose a Gilles Deleuze di realizzare dei dipinti a partire da alcune citazioni tratte dai suoi scritti: l’idea era quella di raccogliere dipinti e citazioni in un albo che potesse rivolgersi ai bambini, nell’ambito di un’operazione editoriale mai tentata prima.duheme-in-matisse-studio-710x1024 Chi conosce Deleuze non si sorprenderà di sapere che il filosofo si entusiasmò subito al progetto: come rivelerà lui stesso, da un lato, quello gli era subito sembrato il modo migliore per rivolgersi efficacemente a Lola, la sua curiosissima nipotina, alle cui domande non riusciva mai a rispondere come si deve; dall’altro lato, immaginava che questo singolarissimo libro avrebbe potuto liberare il proprio pensiero dalla gabbia asfissiante della pagina testuale e dall’eccessivo rigore delle regole logiche.

«Questo libro – scrive Deleuze alla pittrice – mi soddisfa tanto di più che se avessi avuto un’invenzione meravigliosa e io mi riconosco in esso tanto di più quanto di meno ho agito… La scelta dei testi che avete fatto, Martine Laffon e lei, mi sembra molto bella: dei testi molto corti all’apparenza difficili a cui i disegni sono capaci di conferire una chiarezza rigorosa e nello stesso tempo una tenerezza. Ciò non deve affatto avere una sequenza logica, ma una coerenza estetica».

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Si tratta, dunque, di testi non appositamente scritti per questo libro, che vengono liberati dal contesto concettuale in cui erano stati pensati e che, in questo libro, smettono di rivolgersi agli studiosi di filosofia, per affidarsi alla curiosità dei bambini: così facendo, mutano radicalmente la loro semantica e, addirittura, la loro sintattica. Come ha scritto il filosofo Paolo Perticari nella presentazione, «non è questo un libro di filosofia per i bambini. Semmai un libro di bambini per la filosofia. Una filosofia che si infanzia strada facendo. Una filosofia bambina. Qui l’infanzia non ha più bisogno di alcuna connotazione dell’adulto. Poiché l’infanzia è, e basta». E l’infanzia parla con un linguaggio sempre nuovo, anche quando si appropria di parole già dette.

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A ben vedere, questo libro poteva essere soltanto un albo illustrato, un luogo letterario dove si realizzano sempre nuove possibilità combinatorie, in un processo prodigioso che trascende la pagina stampata e si invera sotto lo sguardo creatore del bambino-lettore, anzi, proprio in virtù di questo sguardo. Questo libro, che nasce tra le parole di Deleuze e le illustrazioni della Duhême, tra il nero dell’inchiostro e i colori dei pennelli, prende a vivere in uno spazio più ampio: tra i giochi del bambino, tra le sue espressioni di meraviglia, tra i passi che muove per il mondo, tra le scoperte che continuamente fa. E non a caso Perticari lo definisce «un libro ‘tra’. Tra affezioni e affetti, tra velocità diverse, tra velocità e lentezze. […] L’interessante non si trova mai ai poli terminali di qualunque cosa, ma tra essi. Il “piccolo libro” del grande spazio, che indica come esso possa essere mobile ed espressivo senza la necessaria spiegazione, come la filastrocca che il bambino si racconta nei suoi giochi per scacciare la paura, per muoversi nel buio».

Per un filosofo come Deleuze – per il quale l’atto del pensiero è un atto che coinvolge vista e parola oltre i limiti delle loro possibilità fisiologiche – l’albo illustrato doveva sembrare il mezzo più congeniale per esprimere compiutamente il proprio pensiero filosofico, come evento sensato – cioè “pieno di senso” – a prescindere dai limiti insiti nel singolo codice comunicativo. E dal momento che il senso di un “evento del mondo” non è legato al nostro giudizio sull’evento stesso, ma solo al suo farsi “evento nel mondo”, quest’albo illustrato rappresenta il farsi evento nel mondo del pensiero di Deleuze.

 citazione3E infatti il filosofo francese riconosce alla Duhême il merito – quasi invidiabile – di aver «messo in pittura le parole», ovvero di aver reso percepibile l’impercettibile che lui ha osato solo pensare, dandogli corpo e consistenza, oltre la contingenza sensoriale della vista e della parola.

Quello che abbiamo tra le mani è, dunque, un’avventura meravigliosa che, per la gran parte, resta ancora da esplorare, a partire dai bambini, cui intende rivolgersi: non è semplicemente un viaggio illustrato nella mente di un filosofo – tra i pensieri di Deleuze – ma un evento che, accadendo, ci riguarda e ci appella. E, come scrive Deleuze, «ogni evento è una nebbiosa miriade di gocce».

Gilles Deleuze, Jacqueline Duhême, L’uccello filosofia, Junior 2010.

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