Cosa diventeremo? Quando una domanda tira l’altra….

Cosa diventeremo? Quando una domanda tira l’altra….

Antje Damm, Cosa diventeremo?, Orecchio acerbo 2019

ovvero una domanda tira l’altra

La filosofia può essere considerata come una cartolina postale che è stata scritta con l’intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. La filosofia che raggiunge la destinazione e che si distrugge in quest’ultima cessa di essere filosofia vera. (J. Derrida)

 

Quando ho avuto tra le mani questo albo, singolare e poderoso, mi si sono illuminati gli occhi: non ci vuole mica un filosofo per concludere che un albo (letteralmente) pieno di domande – oltre sessanta – è come una miccia capace di innescare un vero e proprio incendio, sotto forma di lunghe discussioni e indagini articolate. Cominci a sfogliarlo e – boom! – le domande si aprono in altre domande, la curiosità alimenta gli sguardi e gli spunti spingono avanti la ricerca e, intrecciandosi e intersecandosi, mettono in discussione le nostre più solide convinzioni; istintivamente, cominci a stringere gli occhi a fessura, come se volessi scorgere meglio e più chiaramente, non solo intorno a te ma, soprattutto, dentro di te. E pagina dopo pagina le domande si fanno incalzanti e la tua posizione – prima così sicura, nel confortevole rifugio delle nostre abitudini – diventa sempre più scomoda: è il bello del fare filosofia, incamminarsi in un percorso di riflessione mettendo tra parentesi i pregiudizi e aprirsi autenticamente alla conoscenza.

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La prima cosa che ho pensato è che questo libro dovrebbe andare nelle scuole, tra i ragazzi: un albo del genere saprà scomodarli, provocarli, sconquassarli, sollevare polveroni e spalancare prospettive inconsuete, non riuscendo ad accontentarsi di slogan di facciata e di risposte di circostanza. Anche perché il rischio che corrono i nostri giovani, in questa società ultratecnologica, dove le risposte sembrano essere onnipresenti e pervasive, ma prive di un significativo apporto informativo, è la perdita di confidenza con la domanda e la necessità di mettersi in ricerca.

Qualche mese fa, a Palermo, durante un importante festival letterario, mi è capitato di incontrare nello stesso contesto due scuole primarie e una scuola secondaria di primo grado, un gruppo di circa 70 tra bambini e ragazzi: come in altri miei incontri fiabasofici, ho posto il tema a partire dalla lettura di un albo illustrato e ho invitato il gruppo a dire la propria; da subito, ho notato che, mentre i bambini mi incalzavano con osservazioni e domande, anche spiritose e divertenti, i ragazzi più grandicelli assistevano silenziosi, quasi passivi. Ho chiesto loro se avessero domande da fare, per aiutarci nella ricerca e mi hanno risposto che quando hanno una domanda, la girano a Mr. Google e ottengono subito la risposta di cui hanno bisogno! Ma non tutte le domande sono ‘pane’ per i denti di Mr. Google, tant’è che il nostro potente algoritmo si è dovuto arrendere dinanzi a domande cruciali: provate a chiedergli se Dio esiste e poi ditemi se la risposta vi ha soddisfatto….

Ho avuto la fortuna di conoscere Antje Damm a “Più libri più liberi”, in occasione dell’inaugurazione della bellissima mostra organizzata da Orecchio acerbo: ebbene, lei notava la stessa cosa, raccontandomi che i bambini rimangono sempre un po’ spaesati quando scoprono che il suo libro non contiene risposte e che neanche lei che ne è l’autrice le conosce davvero (“ho solo la mia opinione ma non vale di più di quella di ogni singolo lettore”).

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In quell’occasione ho chiesto ad Antje per quale motivo avesse incentrato un “libro fatto di domande” tutto intorno al tema della natura e del nostro rapporto con essa: mi ha risposto che è quello su cui ha riflettuto da sempre, sin da ragazzina. Il papà la accompagnava a fare lunghe passeggiate per i boschi, invitandola a riflettere sulla possibilità che esistesse l’amore tra gli alberi, la complessità della catena alimentare, l’amicizia tra le creature, l’ammirazione verso ciò che è più piccolo, …: e lei non ha fatto altro che tradurre in foto e immagini quelle impressioni poderose, riproponendo quasi le stesse domande e lo stesso desiderio di cercare una risposta.

Trovo molto bello che il filo conduttore del libro non siano domande qualsiasi, ma le domande di una ragazzina che – diventata donna, scrittrice, artista – a distanza di anni e nonostante le tante esperienze, continua a sollevarle: sempre loro, sempre le stesse, perché ci sono domande che non si esauriscono mai (alla faccia di Mr. Google). Mi ha ricordato l’esempio di Talete e dei primissimi filosofi – che verranno poi detti fisiologi o naturalisti – che sosteneva che il principio costitutivo del mondo fosse l’acqua, a partire dall’osservazione del moto delle onde o dal fatto che l’interno dei frutti, che conserva i semi, è umido: cominciamo a fare filosofia – o, più semplicemente, a sollevare domande – a partire da quel che ci circonda, perché abbiamo bisogno di dare un senso alla nostra esperienza quotidiana. Che, senza il pepe delle nostre domande, rischierebbe di scorrere via, senza lasciare segni!

Allora, portiamolo questo libro nelle scuole, lasciamolo in mano ai ragazzi e vediamo cosa hanno da raccontarci… e, dal momento che la nostra generazione prende in prestito proprio da loro, mettiamoci a nostra volta in gioco, condividendo il nostro punto di vista.

Vi racconto la mia esperienza. Ho diviso la classe in 4 gruppi, dando a ciascun gruppo l’elenco delle domande presenti nel libro, chiedendo loro di sceglierne una soltanto: leggevano, commentavano, ridevano, “sono domande assurde! ma come c’ha pensato!”, oppure “a questa una volta c’ho pensato anch’io, ti giuro!”. Una volta scelta la domanda, ho tirato fuori il libro e abbiamo curiosato tra le sue pagine, per scoprire in che modo l’autrice l’avesse interpretata: così è successo che una domanda apparentemente assurda (“I pomodori hanno paura di noi?”) abbia provocato un’interessantissima discussione sul modo in cui mangiamo e sulle scelte che facciamo, che non sono mai neutre e determinano sempre un cambiamento. A quel punto le domande si sono moltiplicate: “com’è possibile che un hamburger costi solo un euro? perché le etichette dei prodotti alimentari sono così difficili da leggere? perché è difficile cambiare le proprie abitudini alimentari?…”.

E di tanto in tanto, ritornavamo al libro, per amplificare i nostri spunti di riflessione e aggiungere altri elementi da valutare che, lungi dal complicare il nostro quadro di riferimento, ci hanno aiutato a capire quanto sia ricca e complessa la rete che ci tiene tutti uniti, collegati, dipendenti gli uni dagli altri: “abbiamo davvero bisogno della natura? a cosa dovremmo fare attenzione quando usiamo la natura? siamo autorizzati a mangiare gli animali? qual è il contrario di natura?”.

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È molto probabile che un percorso di questo tipo sia destinato a non approdare ad alcuna risposta definitiva e questo può lasciare interdetti i ragazzi che, all’inizio della discussione, magari ci speravano: ma è proprio qui che l’albo della Damm rivela la sua dimensione più autenticamente filosofica. Se, come dice il filosofo francese Bergson, “filosofare consiste nell’invertire la direzione abituale del lavoro del pensiero”, allora questo albo riesce davvero a farci fare filosofia, dal momento che nessuna delle sue pagine può lasciarci indifferenti, rappresentando piuttosto il momento buono per un importante cambio di rotta, prima mentale, poi pratico, prima individuale e poi collettivo.

Cosa diventeremo dipende da noi, ciascuno di noi… beh, questo forse si era capito!

Articolo a cura di Giancarlo Chirico